top of page

Making Public - Opera prima dell'Opera

13 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

A luglio, a Pescara, abbiamo parlato di opere pubbliche. Ma un evento, quando è pensato davvero, non comincia il giorno in cui si accendono i microfoni, comincia molto prima. Comincia quando si decide che cosa vale la pena dire e soprattutto perché.

Non è solo mettere insieme un palco, una grafica, un titolo, qualche ospite e una successione di interventi, ma cercare il filo che tiene insieme cose che apparentemente non ne hanno uno. Un territorio, un'opera, le istituzioni, il denaro, le persone, il tempo e costruire una narrazione che non li faccia semplicemente convivere, ma li costringa a parlarsi, come capitoli di una stessa storia.


Anche un territorio, come una persona, può restare imprigionato nella propria autobiografia. Si possono ad esempio ripetere per un terrirorio le stesse parole, gli stessi gesti, le stesse alleanze e persino gli stessi modi di immaginare il futuro per quel luogo.

Cambiare identità non significa semplicemente immaginare una versione nuova di sé. Significa costruire un luogo nuovo in cui abitare e forse è questo che accade anche quando una grande opera pubblica entra nella vita di una comunità.

Un ospedale non è soltanto un edificio che sostituisce un altro edificio, una strada non è soltanto una strada, una scuola non è soltanto cemento, impianti, stanze e metri quadrati. Sono interruzioni.

Cambiano la geografia delle possibilità. Spostano persone, servizi, economie, aspettative. Modificano il modo in cui una comunità si racconta e, qualche volta, il modo in cui viene raccontata dagli altri.


Per questo mi interessa lavorare su eventi che parlano di opere concrete. Perché la comunicazione, quando si occupa di territori, non può limitarsi a descrivere ciò che esiste. Deve riuscire a rendere leggibile ciò che sta diventando. È una differenza sottile, ma decisiva.


Le opere pubbliche sono spesso il risultato visibile di una quantità enorme di cose invisibili: accordi, responsabilità, risorse, competenze, conflitti, decisioni politiche, capitale, lavoro. Una rete di relazioni che precede la pietra. L'opera è il punto in cui quella rete diventa materia.

Un evento può fare qualcosa di simile, ovvero rendere visibile un sistema di relazioni che normalmente resta fuori campo. È quello che abbiamo cercato di fare con Opera Pubblica Forum.

Non organizzare semplicemente una giornata sul partenariato pubblico-privato, ma costruire uno spazio nel quale soggetti diversi potessero riconoscersi dentro la stessa questione:

Come si costruisce oggi un'opera pubblica e quale tipo di alleanza è necessario per renderla possibile?



La domanda, alla fine, non riguarda soltanto il PPP, riguarda il rapporto fra ciò che una comunità desidera e ciò che è disposta a costruire per ottenerlo. E qui torna il tema dell'identità. Ogni volta che un automatismo viene interrotto, qualcosa si disorienta. Vale per le persone. Vale per le organizzazioni. Vale anche per i territori.

Il nuovo, all'inizio, non ha una forma rassicurante. È uno spazio del non ancora: ciò che eravamo non funziona più esattamente come prima, mentre ciò che saremo non ha ancora trovato una struttura abbastanza solida per sostenerci. Può essere un passaggio scomodo.

Ma è anche l'unico punto in cui può entrare la libertà. Non la libertà, più semplice, di poter scegliere fra molte possibilità. Una libertà più radicale: non essere più obbligati a diventare ciò che la nostra storia aveva previsto per noi.


Forse è anche questo che significa trasformare un territorio. Non cancellarne la memoria. Non negarne le radici. Ma impedire che la memoria diventi destino.

Le grandi opere, quando sono davvero tali, fanno esattamente questo: interrompono una sequenza, introducono nel paesaggio una possibilità che prima non esisteva.

E allora anche la comunicazione dovrebbe smettere di limitarsi a raccontare ciò che è già accaduto, dovrebbe avere il coraggio di raccontare ciò che ancora non c'è, ma che attraverso un'opera, un progetto, un accordo, una decisione collettiva, sta cominciando a diventare possibile.


È per questo che curo la direzione creativa degli eventi dall'inizio alla fine.

Perché non mi interessa soltanto come appare un evento.

Mi interessa che cosa lascia dietro di sé.

Una frase. Un'immagine. Una domanda. Un diverso modo di guardare un luogo.

Perché, alla fine, anche un evento è un'opera temporanea.

Dura poche ore.

Ma se è costruito bene, può modificare il modo in cui quelle ore vengono ricordate.

E qualche volta anche ciò che viene dopo.


Maura Mantelli.





Commenti


bottom of page